EFFE intervista Laura Raffaeli per “Donne Coraggiose”

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Pagina della rivista EFFE con l'intervista a Laura raffaeli

La rivista EFFE ha intervistato Laura Raffaeli, presidente di Blindsight Project, per la sua rubrica “Donne Coraggiose”.

L’articolo è di Francesca Galeazzi, ed è scritto in prima persona come richiede la rubrica stessa, affinché si possa vivere pienamente l’avventura di chi perde la vista in Italia, in questo caso per una sicurezza stradale che nessuno ci invidia, cosa si prova se si è anche donna e madre, cosa succede dopo un incidente stradale, come si può reagire.

L’articolo è stato pubblicato il 14 gennaio 2015 su Effe, di seguito il testo accessibile:

DONNE CORAGGIOSE – SETTIMANALE F – CAIROEDITORE

(TITOLO)
QUANDO IL MEDICO MI DISSE: “LEI NON VEDRA’ MAI PIU’”, LA MIA VITA PRECIPITO’. OGGI LOTTO PER UN MONDO ACCESSIBILE A TUTTI

Vittima di un incidente in moto, Laura perde la vista e in parte l’udito. E il suo lavoro da fotoreporter. Ma non la sua forza. Che la spinge a ricominciare e ad aiutare gli altri. Battendosi contro i diritti violati delle persone come lei

(BOX)
L’ONLUS PER DISABILI SENSORIALI
Un vademecum su come i vedenti dovrebbero rapportarsi con un cane guida. Il primo corso di danza al buio per vedenti e no. Sottotitoli e audiodescrizioni per rendere accessibile il Festival Internazionale del film di Roma: sono tante le iniziative di Blindsight Project, l’onlus fondata da Laura. Per abbattere le barriere serve l’aiuto di tutti. Se vuoi collaborare con loro, anche solo online, puoi inviare la tua richiesta a [email protected] Per saperne di più vai su blindsight.eu

(Testo)
di Francesca Galeazzi

Non vedo quasi niente, è tutto liquefatto, solo ombre di camici bianchi. L’udito ovattato. Ricordo il sole, io con il casco integrale, in moto per fare il mio lavoro di fotoreporter. Poi quell’auto lanciata in retromarcia su di me, quell’urto incredibile, il mio corpo che rimbalza ripetutamente sull’asfalto. Non sento più la testa, un braccio sembra staccato e l’anca rotta, non riesco a muovermi, non respiro. Sto scivolando via, insieme ai miei sensi. A ruota libera, un mix di immagini del passato: il sorriso di mamma, io e papà sulla Vespa, il mio sguardo su mio figlio appena nato. Mi aggrappo alla vita con tutte le mie forze.

Sono diventata cieca
“I suoi occhi sono perfettamente sani ma ha riportato un grave edema celebrale e lesioni alla corteccia visiva che non consentono più la codifica delle immagini: non c’è nulla da fare per la sua vista”. Sono diventata cieca. E’ questo che mi sta dicendo il medico con voce grave a un anno di distanza dal mio incidente, un anno trascorso perlopiù in ospedale, un intervento dietro l’altro. Come se non bastasse, la sordità è progressiva. Ho 43 anni, fino a un anno fa lavoravo come fotoreporter, sempre in movimento, ora non riesco più a fare un passo senza inciampare in qualcosa, che sia un gradino o l’ostilità di chi non capisce la disabilità. Mentre rientro in taxi reduce della mia diagnosi definitiva, penso a mio figlio adolescente che mi sta aspettando a casa. Devo trovare il coraggio di dirgli tutta la verità. Gli ho insegnato io che nella vita bisogna reagire di fronte a qualsiasi cosa capiti e ora devo dimostrargli che è davvero così, senza cedere al dolore che in questo momento ho dentro. Sono anche rimasta senza lavoro, con la sola pensione di invalidità: sono una vittima della strada ma non ho avuto alcun risarcimento perché mentre i medici ricomponevano il mio corpo, le udienze in tribunale venivano rinviate fino alla prescrizione dei tempi. Coraggio Laura, mi ripeto davanti all’uscio di casa, senza permettere alle lacrime di superare le lenti scure. Giro la chiave nella serratura e da adesso in poi, il mio unico pensiero sarà ricominciare.

L’incontro con Artù
“Non si può trasformare il buio in luce e l’apatia in movimento senza emozione”, sosteneva lo psicanalista Carl Gustav Jung. Ora che galleggio nel buio, devo far decantare il dolore per liberare le mie emozioni. Ricomincio da piccoli passi: mi muovo in casa imparando a dribblare mobili e spigoli, e intanto nella mente si affaccia l’inventario per riconquistare la mia indipendenza. “Mamma, il computer è pronto”. Mio figlio mi ha scaricato uno screenreader nel pc, un programma che con sintesi vocale legge il testo sullo schermo: recupero la mia autonomia a livello di comunicazione e informazione, sia per la lettura che per la scrittura. Non è facile prendere dimestichezza con la tastiera senza vedere, ma nel giro di un anno divento così abile che apro un blog per sensibilizzare sul diritto di accesso ai disabili. E penso anche a un cane guida: ora posso uscire solo se accompagnata, io invece voglio tornare autonoma anche tra la gente e le auto. Con amarezza scopro che in Italia le liste di attesa per un cane per ciechi possono durare anni. Non mi arrendo, inizio a chiedere in giro. “Domenica ti passo a prendere alle 8:00, andiamo in Puglia per la cucciolata”. Una mia amica conosce un allevatore che ha avuto dei labrador: parto fiduciosa e appena arrivati lì, avverto la pressione di morbidissime zampette sulle mie gambe. Stupisce tutti che questo cucciolo venga subito da me, vuole che lo prenda in braccio. Mi ha scelta lui, Artù, e non si è più staccato da me. Quando a un anno raggiunge l’età per iniziare il corso di addestramento per cani guida, mi rendo conto che vivendo con me ha già imparato molto, come portarmi il cellulare. E perfezionandosi con l’addestratore, Artù diventa il miglior compagno del mio nuovo viaggio di vita.

La mia sfida con Blindsight Project
Con Artù stabilisco un rapporto che va ben al di là dell’affetto, come se fosse una mia protesi: i miei nuovi occhi, soprattutto in strada. “Signora, qui il cane non può entrare”, mi aggredisce una voce maschile di mezza età all’ingresso di un negozio. Sono certa che abbia visto le croci sulla pettorina di Artù e il mio bastone bianco, ma è irremovibile. Far entrare i cani guida è un dovere, non una concessione compassionevole. Me ne vado umiliata, neanche il tempo di fare dieci passi e urto contro lo specchietto di una macchina parcheggiata selvaggiamente sopra il marciapiede. Giorno dopo giorno scopro una realtà intrisa di barriere mentali che vanno abbattute prima ancora di quelle architettoniche. Da oggi voglio dare voce a queste vergogne, a tutti i diritti quotidianamente violati delle persone come me: è così che decido di dare vita a Blindsight Project, la mia onlus dedicata ai disabili sensoriali, ipovedenti e ciechi, ipoudenti e sordi.

La grande bellezza dei sogni
Sono tanti i progetti e le iniziative che porto avanti con l’associazione in questi anni e quante soddisfazioni, come i messaggi di ringraziamento che continuano ad arrivarmi a distanza di mesi per l’audiodescrizione del film La Grande Bellezza. “E’ un capolavoro, grazie per averci dato questa possibilità!”. Perché le persone che possono vedere e sentire, non si rendono conto che avere un film sottotitolato e accessibile è un privilegio. Quella con Blindsight è la mia battaglia continua contro le discriminazioni verso i disabili sensoriali, per questo porto avanti campagne informative come quella sui cani guida. Avere creduto in me nonostante ciò che mi è successo mi ha insegnato che essere forti significa trasformare le difficoltà in energia costruttiva. La mia vita è precipitata quel 9 maggio 2002 ma io l’ho afferrata. Ora mi lascio afferrare dai miei sogni: ho scritto il film sulla mia vita che voglio dirigere come regista e poi, vorrei donare i miei occhi sani, per un trapianto. Perché qualcuno attraverso di me, possa ritrovare la magia di tornare a vedere davvero.

 

Intervista a Laura Raffaeli sulla rivista EFFE Intervista a Laura Raffaeli sulla rivista EFFE

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